Ci serve davvero tutto ciò che compriamo?

Quando parlo del metodo del guardaroba capsula, mi rendo conto che non sono molte le persone che sanno esattamente cosa sia. Allora ho deciso che oggi ti parlerò dei valori e delle riflessioni che mi hanno portato a fare questa scelta di vita, e a proportela tra le mie consulenze.

Da qualche anno (poco meno di 10, a dirla tutta!) ho preso coscienza di tutto un mondo del quale prima ignoravo l’esistenza, come la maggior parte delle persone che conosco, cioè dell’impatto che l’industria della moda ha sul nostro pianeta e su noi abitanti.

Ne ho discusso ulteriormente qualche settimana fa con alcune amiche, e la domanda che sta alla base di queste riflessioni è se davvero ci serve tutto quello che compriamo. Siamo sollecitate agli acquisti più disparati, con un ritmo sempre più incessante: le collezioni delle case di moda erano prima semestrali, adesso hanno una ciclicità più breve, e siamo indotte a frequentare i temporary shop e i negozi low cost, in cui la moda proposta è immediata, e replica quella dei brand più grandi, anche del Made in Italy, a prezzi davvero bassi e accessibili a tutti.

Il film documentario The True Cost di Andrew Morgan, presentato a Cannes nel 2015, punta il focus sul mondo delle grandi catene del fast fashion, del sistema economico che vi ruota attorno e del suo impatto a livello etico, ambientale e sociale, e soprattutto sul consumismo eccessivo che ci spinge a comprare a poco prezzo cose di cui non abbiamo davvero bisogno (e che poi butteremo aumentando inquinamento e povertà). Questo sistema schiavizza donne e bambini, uccide l’economia di interi paesi, e usa il bisogno di lavorare per ricattare persone che passano la vita facendo la stessa cucitura per tantissime ore al giorno su vestiti che compriamo senza riflettere se davvero ci servono, perché tanto costano poco.

Non mi voglio dilungare, ma ciò che ti voglio dire è che ognuno di noi contribuisce quotidianamente all’economia dell’industria tessile ogni volta che fa un acquisto. E il punto è: che scelta vuoi fare? Da che parte vuoi stare?

 

 

Puoi sentirti da sola a fare una scelta di questo genere, ma sappi che sempre più persone cercano di acquistare meno, e sono motivate da una domanda che siamo tutti chiamati a porci quando siamo in procinto di fare un acquisto: chi ha materialmente realizzato i  miei vestiti? Questa domanda è stata raccolta da Fashion Revolution, che lavora per sensibilizzare quante più persone possibili a creare “una industria della moda che rispetti le persone, l’ambiente, la creatività e il profitto in eguale misura“, e si concentra nella Fashion Revolution Week, che quest’anno sarà dal 23 al 29 aprile per chiedere, come ogni anno dal 2013, #whomademyclothes

Davvero ci serve tutto ciò che compriamo?

Arrivata a questo punto delle mie riflessioni, circa quattro anni fa mi sono sentita in dovere di ripassare tutto il mio guardaroba e capire perché avevo gli armadi pieni di indumenti ma ne indossavo meno della metà. Succede anche a te, vero? Facendo questa analisi ho visto che molti capi non li indossavo perché mi stavano male addosso (ma allora perché li avevo acquistati?), alcuni mi facevano sudare in estate o mi ghiacciavano in inverno, e per altri non avevo trovato il modo di creare degli abbinamenti che mi soddisfacessero.

Allora mi è venuto in mente quel vecchio detto “chi più spende meno spende” e quanta verità esso racchiuda. La moda a poco prezzo, sempre pronta, sempre “alla moda”, ci regala indumenti che dopo pochi lavaggi si sformano, perdono colore, si usurano da se stessi. Invece dovrebbe essere un proposito di ognuno di noi imparare a ponderare gli acquisti e farlo in modo sostenibile, impegnarsi a comprare meno ma meglio, che significa scegliere indumenti che sono stati confezionati in modo sostenibile, verificarne la provenienza reale, e considerare il prezzo pagato per quello che realmente vale.

Tutta questa riflessione mi ha portata a scegliere di organizzare il mio guardaroba secondo il metodo “a capsula”. E non potevo assolutamente tenermi questo metodo per me, ma l’ho strutturato come la mia consulenza più importante. Infatti con questo metodo ti do gli strumenti per selezionare i capi che ti vestono meglio, che ti valorizzano, che indossi di più per motivi di stile o affettivi. E ti aiuto ad organizzarli in modo tale che quasi tutti possano essere accostati tra loro, creando nuovi outfit con quello che hai già, senza dover necessariamente acquistare altri indumenti.

Come vestirsi con pochi capi d’abbigliamento

Quest’anno ho fatto un passo in più. A fine marzo ho aderito, grazie all’iniziativa di MammaMiki, alla 10×10 challenge, una sfida per imparare a organizzare il proprio guardaroba con pochi capi. Questa sfida è stata dura anche per me: solo 10 capi d’abbigliamento per organizzare gli outfit per 10 giorni. La lista degli indumenti prevede:

– 2 paia di scarpe (una con tacco ed una bassa)

– 4 indumenti superiori (camicia, maglione, cardigan…)

– 1 abito

– 2 pezzi per la parte sotto (gonna o pantaloni)

– 1 cappotto/giubbino

Sono esclusi dalla sfida le borse, le sciarpe e i cappelli, i gioielli, calze e biancheria intima. La mia selezione ha previsto due cambiamenti: ho tolto dall’elenco l’abito per aggiungere una blusa, e ho preferito giocare con due paia di pantaloni, di cui un paio jeans.

Da venerdì 30 marzo a domenica 8 aprile, dunque, ho indossato solo ed esclusivamente questi indumenti che vedi nella foto-collage: due maglioncini in cachemire (uno blu e uno rosa acceso), un cardigan in felpa leggera, un jeans a zampa, un paio di pantaloni dritti, una blusa azzurro polvere e una camicia a fantasia, una giacca piumino leggera, e due paia di mocassini blu, di cui uno con tacco largo da 5 cm.

Per avere tutto sotto controllo, e sapere esattamente cosa indossare in quale giorno, anche per avere il tempo di lavare la blusa e la camicia (di tessuto leggero per poterle lavare a mano e averle asciutte in una notte), ho pianificato gli outfit creati nel planner che ho ideato qualche settimana fa, e che puoi ricevere gratis se ti iscrivi alla mia newsletter.

Share:

Lascia un commento